Emidio che dorme sul divano. La tele che sottovoce recita i sonetti di Shakespeare. Le orchidee. Il vento che si intrufola nella trama delle zanzariere e porge sulla mia pelle una fresca patina di oleandri e salsedine. Le pagine più intense di un libro, che sto amando sin dalla prima frase, nella luce in sordina di un vecchio abat jour. Le stoviglie riposte. Le camicie stirate. Stasera, non vedo errori.
Anche nel ronzare di un motorino che si allontana verso la statale, nella musica che non ho mai imparato ad ascoltare con le chitarre in tempesta sulla voce di Aberto, nello smalto consumato, nel lucido della scotttatura sul dorso della mano, stasera non vedo errori.
Stasera…
…
…
Stasera vedo errori solo su di me. Sul ripiano con le confezioni delle mie medicine, sulla fragilità delle mie vene, sui miei passi consunti, sulle giornate slabbrate dall’ultimo ciclo, sul dolore che riverso tra le sue braccia. Mi sostengono con vigore. Mi avvolgono con dolcezza. Dominano le mie debolezze. Si lasciano sedurre ancora dalle mie forme desuete. Mi conducono con ardore e tenerezza sempre ben levigata verso il mio prossimo campo di battaglia.
Stasera. Stesera non vedo errori. Ho tutto quello che ho sempre desiderato. Guardare Emidio mentre mi dorme accanto e sorride. Sorride? Mi sporgo in avanti. Sono a un palmo dal suo viso. Me ne accerto. Confermato: sorride. Si. Sorride. Cosa dice? R…i…ta… Il mio nome. Sorride e mi pronuncia. Lacrimo. Lacrime e sorrisi. Sorrido anch’io. Finalmente. Sono felice. Perché mi accorgo, ora, qui, in questo piccolissimo istante ricavato tra il buio del cielo e il buio che mi si annida sottopelle, in questo sottilissimo lembo roccioso sovrastato da cespugli in fiore, frastornato dal brontolio dalle onde grosse, che ho tutto ciò di cui ho veramente bisogno. Il necessario per viaggiare. L’essenziale per vivere. Emidio che mi dorme accanto. Emidio che mi sostiene con coraggio e pazienza. Emidio che ha sempre un modo per farmi ridere. Un prestigiatore. Riesce sempre a estrarre risate. Anche da dove non dovrebbero esserci. Da una delusione. Da un fallimento. Da una ferita. Ogni condizione per lui ha un doppio fondo, un taschino nascosto, una piega nella manica, da dove estrarre giochi di parole e facce buffe. Dove trova animali immaginari, terre inesplorate, personaggi intangibili. E li racconta e li descrive con tale patos che finisci per credere che stia parlando sul serio. E se lo hai appena incontrato, è inevitabile, ti chiedi “ma questo è completamente scemo o completamente pazzo?”… Poi comprendi che è totalmente folle! E ci finisci dentro senza sapere come ci sei entrata e come ne potresti venire fuori. E’ questo che mi fa veramente bene: ridere con te, Emidio. Le tre. E’ così tardi che si è fatto presto. “Emidio, alzati dal divano, andiamo a letto!”